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CTH 423

Citatio: (ed.), hethiter.net/: CTH 423 (INTR 2015-01-12)

Rituale di evocazione per gli dei di un villaggio nemico

(CTH 423)

Testimoni

A

KUB 7.60

Bo 2530

B

B1

VBoT 67

AO 9620

A Ro. II 11-38

B2

+ KBo 43.52

837/f

C

KUB 59.59

Bo 3176

Ro. II 6-15 = A. Vo. III 1'-14'

D

D1

KBo 51.xxx

E 464

Ro. I = A. Ro. II 6-30, B1. Ro. I 1'-15'/B2. Ro. I 1'-12'

D2

+ Unpubl.

Bo 3269

Bibliografia

Friedrich 1925, 22-23; Friedrich 1967, 42-43; Haas – Wilhelm 1974, 234-239; Neu 1974, 117 – Lebrun 1992, 103-115; Roszkowska-Mutschler 1992, 1-12; Cohen 2002, 173, 174; Haas 2003, 97-98 n. 446, 326, 687, 625-626; Groddek 2004a, 99-101; Del Monte 2005, 27 sgg.; Fuscagni 2007, 181-220; Schwemer 2008, 145-147.

Contenuto

Il frammento KUB 7.60 è stato edito per la prima volta in Haas – Wilhelm 1974, 234-239 ed è stato nuovamente analizzato da R. Lebrun 1992, 103-115 con un breve commento filologico.

Questo rituale fa parte di un gruppo di testi noti come “Evokationsrituale“1, la cui origine è da ricercare nell'area di Kizzuwatna e più in generale della Siria Settentrionale, caratterizzati dalla stessa pratica, secondo cui vengono preparati dei sentieri (KASKALḪI.A/MEŠ) per le divinità destinatarie del rituale, i quali sono fatti solitamente di stoffe colorate (in genere rosse, bianche e blu), di sostanze profumate (olio pregiato, olio d'oliva, miele) e, in un numero minore di casi, anche da bevande (birra, vino)2, Le divinità vengono quindi „tirate“ (questo è il significato base del verbo tecnico ḫuittiya-, utilizzato in questa pratica rituale) su questi sentieri e, quindi, evocate. L'evocazione avviene da vari luoghi, ovvero dai paesi stranieri, dai fiumi, dal mare, dalle sorgenti, dalle montagne, dalla terra, e attraverso i suddetti “sentieri” fatti di cibo o sostanze profumate, le divinità vengono invitate a venire o tornare nel paese di Hatti.

I rituali che fanno parte di questo gruppo piuttosto omogeneo, risultano accomunati da una serie di caratteri distintivi e particolarità che ricorrono, seppur con alcune varianti, all'interno dei vari testi.

Nel rituale in esame, celebrato da una MUNUSŠU.GI3, vengono evocate le divinità di un villaggio nemico conquistato. Questo villaggio, nella seconda parte del rituale, viene fatto oggetto di una maledizione, e affinchè nessuno in futuro lo ripopoli, viene consacrato al dio della Tempesta e il suo territorio viene trasformato in pascolo per Šeri e Ḫurri, i tori del dio della Tempesta. Si tratta di una procedura già presente, almeno nelle sue caratteristiche principali, nel testo di Anitta4. L'argomento relativo alla maledizione di città nemiche conquistate all'interno dei testi storici ittiti, è già stato esaurientemente trattato da Roszkowska-Mutschler 1992, 1 sgg.

Purtroppo anche con l'aggiunta dei nuovi duplicati, lo stato di conservazione del rituale rimane pessimo: l'intera parte iniziale e quella finale sono andate quasi completamente perdute, per cui il colofone non è conservato; vi sono, inoltre, molte lacune fra i vari frammenti, che risultano difficilmente quantificabili e la successione dei frammenti non è del tutto sicura.

Datazione5

Si tratta per tutti i manoscritti di copie di epoca imperiale, come dimostrano elementi di carattere sia paleografico che linguistico. Già Lebrun 1992, 112, aveva messo in evidenza come KUB 7.60 fosse una copia di tarda epoca imperiale; il confronto con i due nuovi testimoni, VBoT 67+KBo 43.52 e KUB 59.59, permette di dimostrare che KUB 7.60 è certamente l'esemplare più recente e, può essere datato IIIb/IIIc, come risulta dalla forma dei segni AK (Ro II 15) e IK (Vo IV 12), già notati da Lebrun6, oltre che da URU, TE e KI che presentano tutti tipiche forme IIIb. Si noti, inoltre, la tipica grafia tardo-imperiale kiš-an (Vo III 11, ma cfr. Ro II 21 ki-iš-ša-an) e l'uso del segno trisillabico -ten per la desinenza della 2a pers. plurale (cfr. Ro II 30, 32) al posto di te-en. Il testo presenta inoltre varie cancellature e alcuni errori scribali (Ro II 13, 14), i quali fanno presupporre che sia stato copiato da un originale (parzialmente?) rovinato, a ulteriore conferma della sua recenziorità.

Diversamente B. non presenta forme IIIb nè forme IIIc ed è perciò sicuramente più antico rispetto ad A. Il manoscritto presenta una serie di forme IIIa, come risulta chiaramente dai segni AK, IK, TE e AL e può, quindi, essere datato alla prima fase del periodo imperiale, al più tardi ai primissimi decenni del XIII secolo. Il frammento, a differenza sia di A. che anche di C., non presenta errori scribali o segni di cancellature, fatta eccezione per un unico caso in Vo 8.

Il testimone C7,infine, presenta alcune incertezze, dal momento che alterna forme più recenti, a forme più tarde di tipo IIIb/IIIc, cronologicamente più vicine ad A. In modo particolare si vedano le forme IIIb/IIIc di ŠA (Ro! II! 6', 10', ecc.), di TA (Ro I! 6', 7'), KÁN (Ro I! 6', Ro! 15', Vo! III 3), MU (Vo III! 13), ZI (Vo III! 9) e KA (Vo III! 13) che si contrappongono alle forme più arcaiche di IK (Vo IV! 5) e LI (Vo III! 6, Ro II 3'). Molto particolari sono le forme di IN (Vo III! 9) con un piccolo verticale inscritto e di TE (Ro I! 10', Vo III! 6) con quattro orizzontali al posto dei cunei aperti od obliqui. Si noti, infine, come anche in questo frammento vi siano numerosi segni di cancellatura sulla superficie della tavoletta (cfr. Ro! I! 8', Ro! II! 9' e così via). Nel complesso è, comunque, preferibile datare questo frammento ad un'epoca vicina a quella del testimone A. (secondà metà XIII secolo).

© Universität Mainz – DPHT – Rituale / Institut für Ägyptologie und Altorientalistik

1

Cfr. la lista in Haas – Wilhelm 1974, 9-11, che necessita, almeno in parte, di un aggiornamento.

2

Cfr. di recente Haas 2003, 94-99, 622-623.

3

Sembra essere questo l'unico caso in cui un rituale di evocazione viene celebrato da una sacerdotessa; in altri casi, infatti, il sacerdote che celebra il rituale è il AZU (CTH 479.1, CTH 483, CTH 484), il ḪAL (CTH 716) oppure il SANGA (CTH 481).

4

Cfr. E. Neu, 1974, 117.

5

Per KUB 7.60 è stato possibile esaminare la foto, per gli altri testimoni si è potuto utilizzare soltanto l'autografia

6

Contra Lebrun 1992, 112 la collazione sulla foto mette in evidenza che il segno LI in Ro II 14 scritto sul bordo e parzialmente rovinato, presenta la forma più arcaica, come del resto avviene nel resto del testo.

7

Si tratta con ogni probabilità di una Sammeltafel dal momento che nel Vo si trova un rituale che non ha apparentemente niente a che fare con CTH 423. Conseguentemente nella partitura le colonne III e IV di KUB 59.59 non sono state incluse.


Editio ultima: 2015-01-12






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